CITAZIONI E PLAGI

LA PRIMA CAUSA PER PLAGIO DELLA MUSICA LEGGERA ITALIANA RISALE ALLA FINE DEGLI ANNI VENTI. SOTTO ACCUSA IL PADRE DELLA NOSTRA CANZONE, QUEL CESARE ANDREA BIXIO CHE ASSIEME AL PAROLIERE BIXIO CHERUBINI (PROPRIO COSÌ, IL BRACCIO DESTRO DI GARIBALDI ERA RICORDATO NEL COGNOME E NEL NOME DELLA PIÙ PROLIFICA COPPIA DI AUTORI DEL NOSTRO PAESE) HA COMPOSTO “MAMMA”, “PARLAMI D’AMORE MARIÙ”, “VIOLINO TZIGANO” E CENTO ALTRI INDIMENTICATI SUCCESSI DELL’EPOCA.

Giacomo Puccini

Giacomo Puccini.

Il racconto è di Franco Bixio, figlio del compositore. “Fu l’editore Ricordi a denunciare mio padre, sostenendo che la sua canzone, “Noi siam come le lucciole…” ovvero “Lucciole vagabonde” era un plagio dell’aria della Turandot di Giacomo Puccini, laddove fa “Ma il mio pensiero è chiuso in me…”. Con i rispettivi avvocati si recarono alla SIAE per controllare il deposito dei due brani, in quel registro che raccoglie gli atti di nascita delle opere musicali dell’ingegno. E nella sorpresa generale scoprirono che “Lucciole vagabonde” era stata depositata alcuni mesi prima. Per stemperare l’imbarazzo di Ricordi e degli altri presenti, papà se ne uscì con questa frase: “Per carità, è ben lungi da me il pensiero che il Maestro Puccini abbia voluto copiare la mia canzone. Certo che il ritornello era nell’aria… probabilmente il Maestro l’ha sentito e gli è rimasto in testa…”.
Di ritornelli captati nell’aria e riproposti in brani nuovi la musica leggera italiana è zeppa fin dalle sue origini. Un ‘altra celebre canzone della coppia Bixio-Cherubini, “La canzone dell’amore (Solo per te Lucia)” (1930) ricorda nell’attacco “Beautiful isle of somewhere”, scritta da John Silvester Fearis nel 1897, resa famosa dal presidente degli Stati Uniti William McKinley che la pretese come canto per il suo funerale.
“A zonzo” grande successo di Ernesto Bonino del 1940 era firmata da Gino Filippini e Riccardo Morbelli, ma era identica al tema musicale del film del 1937 “Stanlio e Ollio i diavoli volanti”: nella versione italiana era cantata da Alberto Sordi (doppiatore di Oliver Hardy) con il titolo “Guardo gli asini che volano nel ciel”.
“La mia prima volta, in veste di commissario tecnico d’ufficio del Tribunale in una causa di plagio, risale agli anni cinquanta – ha raccontato il maestro Luciano ChaillyUna causa provocata da Giuseppe Blanc, l’autore di “Giovinezza”. Mi dette una certa emozione conoscere in quella circostanza l’autore della musica che Mussolini aveva prescelto come Inno Nazionale. Il pupillo del Duce era una persona squisita. Bello ed alto, di perfetta educazione piemontese, emanava un fascino dolce con un fondo inqualificabile di malinconia. Ricordavo di averlo visto quando ero ragazzo in un “Giornale Luce” cinematografico, quando diresse da un balcone il suo celebre inno eseguito da una trentina di bande disposte in una grande pianura, e dietro le sue spalle c’erano, impalati e solenni, Mussolini ed Hitler. Ricordammo con Blanc quello storico avvenimento. Ed egli mi sorprese dicendomi che Giovinezza non era nata “per il Regime”. L’inno aveva avuto una lunga storia. Era stato composto in poche ore, nel 1909 per una cena di laureandi del Politecnico di Torino, con le parole di Nino Oxilia, l’autore che con Camasio avrebbe poi scritto la famosa commedia “Addio giovinezza”, e cominciava così: “Son finiti i giorni lieti”. Poi gli Alpini lo avrebbero portato in Libia, cambiando l’inizio con “Allorché dalla trincea”, nella guerra 15-18. Fu soltanto qualche anno dopo tale guerra che Giovinezza, il cui refrain era rimasto sempre lo stesso, divenne con le nuove parole iniziali di Salvator Gotta “Salve o popolo di eroi”, l’inno ufficiale del Regime Fascista. La musica dell’inno, caduto da tempo il regime, era stata copiata sfacciatamente nell’America del Sud e registrata su disco come pezzo sinfonico col titolo “Casamento Maroto – Marcia brasileira”. Questa fu la ragione per la causa per plagio, che fu facilmente vinta da parte nostra”.
Con gli anni sessanta e l’avvento del rock le somiglianze si fanno sempre più frequenti. Esemplare è il caso di “Tintarella di luna” (1959) uno dei primi pezzi della nuova era musicale lanciato inizialmente dal gruppo dei Campioni eppoi assurto alla grande ribalta con l’esecuzione di Mina. La canzone è firmata dal chitarrista dei Campioni Bruno De Filippi e dal paroliere Franco Migliacci: un anno dopo Gaber e Simonetta scrivono “Una fetta di limone”, incisa dai Due Corsari (la coppia Gaber-Jannacci), che di “Tintarella di luna” sembra la sorella gemella.
Love in Portofino” (1959), una canzone di Fred Buscaglione che ha fatto il giro del mondo, si salvò dal processo per plagio grazie all’intervento dell’editore Sugar.
“Era il plagio di un brano composto da me nel 1949, “Autunno d’amore”, eseguito alla radio dall’orchestra di Nello Segurini in cui Buscaglione militava come strumentista prima di diventare famoso. – racconta Maria Pia Donati Minelli, insegnante di lettere e musicista dilettante – Dieci anni dopo, “Autunno d’amore” divenne “Love in Portofino” attribuita a Buscaglione-Nisa. Reclamai con l’editore, Stanislao Sugar, che mi invitò a Milano nel suo ufficio per confrontare le due canzoni. Riconobbe il plagio e mi propose una transazione con un risarcimento di due milioni. Accettai. Era il 1961, Buscaglione era tragicamente scomparso un anno prima”.
È un periodo in cui molte canzoni hanno la stessa struttura armonica e ritmica e spesso anche la melodia cambia soltanto quel poco utile a schivare il plagio spudorato. Ricky Gianco e Gian Pieretti compongono nel dicembre del 1963 una canzone per Mina, “È inutile”, che la dice lunga sull’influenza che i pezzi dei Beatles (nel caso specifico “Please Please Me”, gennaio 1963) esercitano sui due autori. Con “Tu farai”, un brano scritto da Augusto Martelli per Mina nel 1964, sembra di riascoltare “È l’uomo per me”, una cover incisa pochi mesi prima dalla stessa Mina, ed entrambe ricordano “Chariot”, in testa alle classifiche dei dischi nel 1963 grazie alla voce di Petula Clark. Così come da “Il pullover” di Gianni Meccia del 1961 sembrano discendere altri due successi: “Abbronzatissima” (Rossi-Vianello, 1963) cantata da Edoardo Vianello e “Se mi compri un gelato” (Kramer-Pallavicini, 1964) per Mina.
Alle somiglianze si aggiungono le citazioni, ossia quelle frasi melodiche che, pur se non espressamente dichiarate, un orecchio attento può riconoscere facilmente come frammenti di arie famose di altri repertori.
Nel 1963 Edoardo Vianello scrive ed incide “I Watussi” che grazie a quel “Nel continente nero, paraponziponzipò” che è l’attacco dei più divertenti e pruriginosi canti d’osteria, diventa rapidamente il numero 1 degli hully gully nostrani.
Frequenti i riferimenti alla musica classica.
“Tornerai” è il più languido ed esportato ballabile degli anni trenta. Composto da Dino Olivieri viene lanciato nel 1937 dal Trio Lescano e ripreso in Francia da Josephine Baker – tradotto da Louis Poterat in “J’attendrai” – e quindi dall’artista torinese-francofona Rina Ketty. Entrerà successivamente nel repertorio di numerosi altri artisti (in inglese con la traduzione di Sosenko diventa “I’ll be yours” nel 1953 per Bing Crosby). Al successo di “Tornerai” concorre certamente il tangibile riferimento melodico al “Coro a bocca chiusa” della Madama Butterfly (1904) di Giacomo Puccini.
Il maestro Giorgio Gaslini nei primi anni della sua attività è stato assistente di Dino Olivieri, all’epoca direttore artistico della EMI. “Era una sua caratteristica quella di comporre canzoni influenzate da musica colta – racconta Gaslini – Per “Tornerai-Madama Butterfly” nessuno mai reclamò, forse per noncuranza dovuta all’epoca prebellica. Ma una volta fu trascinato in tribunale da un altro compositore per “Pagina celeste”, un valzer lento scritto nel 1951 che secondo il denunciante era il plagio di una sua canzone. Olivieri si presentò ai giudici con lo spartito dell’Adagio per violino ed orchestra di Beethoven. E disse: questo signore si sbaglia, “Pagina celeste” l’ho copiato da qui. Era vero, e fu assolto”.
“Angeli negri” (Larici-Bianco-Testoni-Maciste) una cover incisa nel 1959 da Marino Barreto jr. e nove anni dopo da Fausto Leali comincia, in entrambe le versioni, con le note dell’Ave Maria di Franz Schubert (1824).
Le note del “Chiaro di luna” (1801) di Ludwig van Beethoven fanno da introduzione a “Guarda che luna” (Pallesi-Malgoni, 1959) di Fred Buscaglione (citazione segnalata dagli autori nello spartito).
Il capolavoro di Umberto Bindi, “Il nostro concerto” del 1960, è palesemente influenzato dal Concerto di Varsavia scritto nel 1941 dal compositore inglese Richard Addinsell per la colonna sonora del film “Dangerous Moonlight”.
Nustalgia” composta ed incisa nel 1963 da Peppino Di Capri: nello spartito è dichiarata la libera trascrizione dell’arrangiamento dal tema del balletto di Piotr Ilych TchaikovskyIl lago dei cigni” (1877).
Uno dei brani più belli di Fabrizio De André, “La canzone dell’amore perduto” (1966), ha un antenato nell’Adagio del Concerto in re maggiore per tromba, archi e basso continuo, composto nel 1740 da Georg Philipp Telemann.
“A whiter shade of pale” (Brooker-Reid, 1967) che rese famoso in tutto il mondo il gruppo inglese Procol Harum e venne tradotta in italiano da Mogol per i Dik Dik con il titolo di “Senza luce”, è da sempre al centro di analisi e disquisizioni fra esperti di musica classica per stabilire a quale opera di Johann Sebastian Bach somiglia di più l’incantevole sequenza di accordi d’organo: se all‘Aria per archi e basso continuo, secondo movimento dalla terza Ouverture in re maggiore per orchestra (1736), o al Preludio corale Svegliatevi, ci comanda una voce” del 1746.
Di sicuro la sequenza di accordi del “Canone celebre in re maggiore” creata nel 1695 dal compositore tedesco Johann Pachelbel è diventata il tappeto armonico di “Rain and Tears” (Papathanassiou-Bergman, 1968) successo internazionale del gruppo greco Aphrodite’s Child.
Nel 1969, due anni dopo la sua morte, esce una bella canzone di Luigi Tenco, “La mia valle”, che ripropone la melodia del “Capriccio italiano”, una composizione del 1880 di Peter Ilyich Tchaikovsky.
Non mancano i casi di riappropriazione completa di un brano del repertorio classico. Il più famoso è forse “Passion flower”, una canzone che tutti i giovani negli anni cinquanta e sessanta hanno ballato anche nel nostro paese (nelle esecuzioni di Mina, Miranda Martino, Flo Sandon’s). È firmata Botkin-Murtagh-Garfield, pur essendo nella sua totalità una ritmata “Pagina d’album Per Elisa” di Ludwig van Beethoven.
Così “A lover’s concerto” incisa negli anni sessanta da numerosi artisti americani ed inglesi (dai Fleetwoods a Laura Lee all’orchestra di Percy Faith) ed eseguita in italiano da Neil Sedaka nel 1966 con il titolo “Lettera bruciata”, è firmata Linzer-Randell (con Franco Migliacci per la versione nella nostra lingua) pur trattandosi di un minuetto dal “Quaderno di Anna Magdalena” (1725) di Johann Sebastian Bach.
Qualcosa del genere è accaduto con un rondò da una delle Sonatine progressive dell’Op.36 del pianista-compositore romano Muzio Clementi che risale al 1797.
Diventa nel 1965 un successo internazionale con il titolo “A groovy kind of love” firmata da Carole Bayer Sager e Tony Wine per le voci del gruppo Mindbenders. Un anno dopo viene rilanciata con un’altra etichetta: Wayne Fontana and the Mindbenders, stesso titolo, stesse firme di autori. Anche i Camaleonti la incidono nel 1966: il titolo è “Non c’è più nessuno”, alle firme Wine-Bayer si aggiunge quella del paroliere italiano Serengay, ma sullo spartito è dichiarato il riferimento al lavoro di Muzio Clementi.
Ivan Graziani nel 1979 trasforma lo studio del compositore settecentesco in “Agnese”, firmandola inizialmente soltanto con il proprio nome e successivamente con la dicitura “rielaborazione di Ivan Graziani”.
Le firme di Wine e Bayer tornano in etichetta nel 1991 quando Phil Collins incide una nuova versione di “A groovy kind of love” e molti italiani – persino qualche giornalista ci casca – gridano al plagio: Collins ha copiato Graziani!
Ma non finisce qui lo sfruttamento della fortunata Sonatina: nel 2000 conosce una versione dance che partecipa al Festivalbar col titolo “Look at us” cantata da Sarina Paris e firmata Marchino-Parisi.
Renato Zero preferisce Gioacchino Rossini: l’attacco di “Uomo, no” (1978) cita il finale del “Guglielmo Tell” (1829). Mentre anche i Lunapop si affidano a Ludwig van Beethoven ed alla sua Sonata quasi una Fantasia Op. 27 n.2Al chiaro di luna” (1801) per “Walter ogni sabato è in trip” (1999).
Poche volte la fonte d’ispirazione viene citata nei crediti. Lo ha fatto Carlos Santana nel 1999 per il brano “Love of my life” cantato da Dave Matthews: sullo spartito si legge “contiene citazione della Sinfonia n. 3 in Fa maggiore, terzo movimento poco allegretto di Johannes Brahms, 1883”.
A volte riesce difficile stabilire la fonte d’ispirazione. Racconta l’editore David Zard: “Anni fa lessi su un giornale che “Cogli la prima mela” scritta ed incisa nel 1979 da Angelo Branduardi era una copiatura di una musica del compositore viennese René Clemencic. Acquistai il disco di Clemencic e constatai molte similitudini tra i due pezzi. In quei giorni il famoso direttore d’orchestra si trovava a Roma e mi rivolsi a lui per sistemare la questione, dato che ero il manager di Branduardi e l’editore di “Cogli la prima mela” che era diventato un successo internazionale. Clemencic mi disse che non si trattava di plagio perché ambedue le composizioni erano ispirate ad un antico canto popolare, forse ungherese o forse andino di un periodo anteriore alla scoperta dell’America”.

In: MUSICA ALLA SBARRA |