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Parole in prestito

Il Festival di Sanremo 2012 ha vendicato la memoria di Ornella Ferrari, in arte Biri, ovvero la paroliera italiana più prolifica del secondo dopoguerra. Biri (originaria di Sesto San Giovanni, classe 1909, scomparsa nel 1983) in coppia con il compositore Vittorio Mascheroni scrisse i testi per una serie di brani di successo tra i quali la dolcissima “Addormentarmi così” affidata alla voce flautata di Lidia Martorana, regina della canzone prima di Nilla Pizzi. Ma proprio con Nilla Pizzi, in occasione dell’esordio del Festival della Canzone Italiana, anno 1951, Biri incappò nell’incidente di percorso che macchiò in maniera indelebile una carriera altrimenti molto decorosa. Oltre a vincere Sanremo con “Grazie dei fiori” Nilla si aggiudicò anche il secondo posto di quella prima edizione con un brano cantato assieme a Achille Togliani: “La luna si veste d’argento”, composto dal maestro Mascheroni con il testo della signora Biri. Ma quel titolo fece gridare subito al plagio gli appassionati di letteratura. Un verso de “L’amica di nonna Speranza”, poesia contenuta nei Colloqui di Guido Gozzano del 1911, recita infatti “I monti s’abbrunano in coro / il sole si sveste dell’oro / la luna si veste d’argento”. E si consumò così sulla pelle di Biri il primo caso di plagio letterario nella storia della canzone italiana.

Ornella Ferrari, in arte Biri

Ornella Ferrari, in arte Biri.

Dopo 61 anni di canzoni, ovvero quando l’originalità della melodia e dell’armonia di un brano sono già una chimera, puntare all’originalità di un titolo appare un’impresa titanica. Basti l’esempio delle canzoni ammesse quest’anno al Festival di Sanremo. Il brano dei Matia Bazar ha un titolo “Sei tu” che sui registri della SIAE compare già 679 volte, ovvero altrettante canzoni con lo stesso titolo sono state depositate in passato al fine di essere tutelate da tentativi di plagio: tra la marea di “Sei tu” le più significative sono quelle di Umberto Balsamo nel 1977 e di Syria nel 1997, ma anche Mino Reitano scrisse una “Sei tu” incisa da Donatella Moretti nel 1992. Sono 652 le canzoni con il titolo “Per sempre” come quella interpretata da Nina Zilli: tra i precedenti quella di Marcella Bella del 1974, quella di Amedeo Minghi del 1992, quella di Adriano Celentano del 2002 e quella fresca di Emma dello scorso anno. 108 precedenti per il brano affidato ad Arisa, “La notte”, celeberrima quella del 1965 cantata da Adamo. 51 titoli “Respirare” sono stati depositati prima di quello di Gigi D’Alessio che fa coppia con Loredana Bertè; 8 precedenti per “Sono solo parole” la canzone di Noemi.
“Non ho mai riscontrato plagi a mio danno, almeno per quanto riguarda le musiche – raccontò Bruno Lauzi in un Tg2 Dossier sul plagio del 2002 – I titoli sì, quelli li ho spesso ritrovati in composizioni successive. Il poeta” ha dato lo spunto per altre canzoni che si chiamano così; eppoi “Viva la libertà”, il fratello di Rita Pavone ha inciso un brano con un titolo uguale e persino “La donna cannone”: De Gregori, certamente in buonafede, ha usato lo stesso titolo. Ma l’avevo scritta prima io. La SIAE non dovrebbe permettere queste ripetizioni. Che tuttavia accadono: il controllo è lasco e il terrorista è fra di noi”.

“Ricordo che quando nel nostro album “Un posto felice” del 1999 inserimmo un brano intitolato “Mi manchi”, qualcuno, forse un autore o un editore, protestò perché era lo stesso titolo della canzone con cui Fausto Leali aveva partecipato al Festival di Sanremo del 1988 – racconta Stefano D’Orazio ex batterista dei PoohOvviamente non c’era stata  intenzionalità. È accaduto anche a noi di rivedere nostri titoli in testa a brani altrui. D’altronde in canzoni che parlano d’amore è arduo azzeccare un titolo che non sia stato già coniato”.
E proprio “Mi manchi” può servire da esempio. Un’occhiata ai registri della SIAE e ci si rende conto che non soltanto la canzone dei Pooh (Facchinetti-D’Orazio) e quella di Leali (Berlingioni-Fasano) sono state depositate con questo titolo. Ecco l’elenco completo dei brani in cui compare la proposizione, con gli autori, la data di pubblicazione e il nome dell’esecutore:
- Mi manchi (Borra-Malgioglio, 1977) per Il Segno dello zodiaco;
- Mi manchi (Lusini-Bardotti, 1978) per i Ricchi e Poveri;
- Mi manchi (Chiodi, 1978) per Mila Giordani;
- Mi manchi (Vecchioni, 1979) per Roberto Vecchioni;
- Mi manchi (Aquilani-Finocchi, 1982) per Franco Mechilli;
- Mi manchi (Cavallo, 1984) per Gianni Morandi;
- Mi manchi (Rustikano-Svoboda, 1987) per Anna Rustikano;
- Mi manchi (Bertè-Paoluzzi, 1993) per Loredana Bertè;
- Mi manchi (Lanza, 1995) per il gruppo Rock Galileo;

e anche:
- Mi manchi tu (Anelli, 1974) per Alberto Anelli;
- Mi manchi tu (Gioia-Damele, 1969) per Roberto Belmonte;
- Mi manchi tu (Fornaciari-Calabrese, 1987) per Mina;
- Mi manchi tu (Sandford-Watte-Casini, 1998) per Paola Turci;
- Mi manchi tu (Giannotti-Testoni-Elmi-Bitelli-Aldrighetti, 1998) per Clara & Black Cars;
- Mi manchi tu (Migliacci-Hall, 1983) per Scialpi;
- E mi manchi (Bergamaschi-Malgioglio-Brioschi, 1995) per Marco Silenzi;
- E mi manchi (Carrisi-Power, 1996) per Albano  e Romina;
- E mi manchi (Santoro, 1999) per Mina;
- E mi manchi tu (Bartak-Calabrese, 2001) per Andrea Bocelli;
- E tu mi manchi (Lanza-Buonocore, 1994) per Francesco Calabrese;
- E mi manchi tanto (Morelli, 1973) per gli Alunni del sole;
- Tu mi manchi (Reitano, 1975) per Mino Reitano;
- Tu mi manchi (Malgioglio-Sedaka, 1987) per Angelo Banzola;
- Tu mi manchi dentro (Minellono-Brioschi, 1980) per Leroy Gomez;
- Tu non mi manchi (Limiti-Balsamo, 1973) per Umberto Balsamo
- Mi manchi ancora (Stellita-Cossu-Ruggiero, 1987) per i Matia Bazar;
- Mi manchi un po’ (Cantarelli-Blandi, 1979) per Marina Lai;
- E mi manchi un po’ di più (Gesy-Cheli-Eliop, 1986) per Flavia Fortunato;
- E tu mi manchi (Lo Vecchio-Simonluca, 1976) per Santino Rocchetti;
- Mi manchi già (Grandi-Curreri, 1995) per gli Stadio;
- Mi manchi tanto (Lamberti-Bastelli-Cortellini, 1993) per Franco Bastelli;
- Mi manchi troppo (Bertolazzi, 1977) per Franco Chiari;
- Mi manchi da morire (Nicolucci-Carloni, 1987) per Patrizia Ceccarelli;
- Se mi manchi (Cavilli-Rolando, 1980) per Angelo Maria Camilli
- Fa che non mi manchi (Drupi-Dato, 1983) per Drupi;
- Ti dirò che mi manchi (Panceri, 1995) per Gatto Panceri;
- Sarà perché mi manchi (Cacioppo-Rizzelli, 1994) per Irene Bottino;
- La verità è che mi manchi (Donaggio, 1972) per Pino Donaggio;

e per finire due cover storiche:
- Mi manchi (I need you) (George Harrison-Giorgio Calabrese, 1966) per Meri Marabini;
- Amore mi manchi (Honey) (Russell-Pace, 1968) per Giuliana Valci.

Mentre le sillabe magiche “Ti amo” compaiono nei titoli di 305 canzoni regolarmente registrate e pubblicate.

Agli stessi compositori accade a volte di firmare  brani diversi con lo stesso titolo. È il caso di Riccardo Cocciante, ad esempio. Nella versione italiana dell’opera teatrale “Notre Dame de Paris” che ha esordito a Roma nel 2002, c’è un brano intitolato “Bella”, che Pasquale Panella ha tradotto ed adattato dall’originale francese “Belle” di Luc Plamondon. Ma Cocciante aveva già firmato, con Cassella e Luberti, ed inciso un altro “Bella” nel 1973, un anno prima di “Bella senz’anima”. Un aggettivo che evidentemente gli porta fortuna.

C’è poi chi lo fa apposta. Il gruppo torinese degli Statuto ha nel proprio repertorio tutta una serie di brani con titoli già famosi (e non si tratta di parodie, bensì di canzoni con testi completamente diversi da quelle che il titolo ricorda). Qualche esempio: “Una donna per amico”, “Il cielo in una stanza”, “Cuore matto”, “La mia banda suona il rock”, “Pensiero stupendo”.
Mai avuto problemi – racconta Giovanni “Naska” Deidda, batterista degli Statuto – Una volta un giornale scrisse che Paoli voleva denunciarci per “Sapore di sale”. Ma fu lui stesso a smentire la notizia”.

Nel 2001 Carlo Verdone denunciò la Rai per la fiction “Compagni di scuola”: colpa del titolo, identico a quello di un suo film del 1988. “La legge dice chiaramente che un titolo non può essere usato due volte. – spiegò l’attore-regista – La mia decisione si è resa necessaria, bisogna dare un senso alle regole del diritto d’autore. Non voglio giudicare niente e nessuno, ma è chiaro che il mio film, un evergreen che in tv aveva sempre avuto buoni ascolti, viene danneggiato dall’esistenza di una serie destinata ad andare in onda per tutto l’inverno, senza contare le repliche. Nel telespettatore si crea inevitabilmente confusione: uno legge “Compagni di scuola” e mica va a vedere se si tratta del film o dello sceneggiato. Insomma, è un colpo basso a sorpresa, che non meritiamo: per questo io e i miei co-autori abbiamo di comune accordo dato incarico al nostro avvocato di difendere il film e far valere il  diritto di non subire plagi di nessun genere”. Carlo Verdone perse la causa. I giudici infatti dettero ragione alla tesi della società produttrice della fiction. “Il problema sollevato non ha ragione di esistere – sostenne il produttore Carlo Bixio – Lo stesso titolo si può usare per opere diverse. D’altronde il nostro è un prodotto completamente differente dal film: non c’è un palese riferimento. Nessuno può pensare che abbiamo voluto rubare un titolo a Verdone”.

Di fascicoli che raccolgono gli atti di cause del genere, ossia relative a titoli e soggetti di film, di libri, di trasmissioni televisive, sono piene le cancellerie degli uffici giudiziari. Ma resta la canzone il bersaglio numero uno delle azioni di plagio anche per quanto concerne i testi.
“Per la parte letteraria è più facile stabilire il plagio. – dice l’avvocato Giorgio Assumma, presidente della SIAE  dal 2005 al 2010 – Purché la frase incriminata abbia davvero una sua originalità”.
È vero però che il concetto di originalità è tutt’altro che codificato e pertanto destinato ad interpretazioni varie e divergenti. Un esempio viene da una causa seguita proprio da Assumma, in quanto difensore di Francesco De Gregori. L’artista per la sua canzone “Prendi questa mano zingara” del 1996 era stato citato in giudizio da Luigi Albertelli e Enrico Riccardi, autori del brano “Zingara”, con cui Bobby Solo e Iva Zanicchi avevano vinto nel 1969 il Festival di Sanremo. La frase incriminata nel pezzo di De Gregori era “Prendi questa mano zingara, dimmi pure che futuro avrò”, indubbiamente simile a “Prendi questa mano zingara, dimmi pure che destino avrò” scritta dai querelanti. “In un primo momento i giudici dettero torto a De Gregori – racconta l’avvocato Assumma – poi in appello stabilirono che la frase rientra nel linguaggio comune e il mio cliente fu assolto”. La giurisprudenza italiana infatti illustra quello che potrebbe sembrare un paradosso: è più facile difendere la paternità di una proposizione che rappresenta un luogo comune piuttosto che una frase inedita che proprio per la sua originale efficacia è diventata popolare.
“Nel centro di Roma c’è un pub che si chiama “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” – protestò qualche anno fa Franco Migliacci, l’autore della canzone che lanciò nel 1963 Gianni Morandi Proposi all’editore un’azione legale ma gli avvocati ci scoraggiarono, dicendo che se la frase è utilizzata per qualcosa di diverso rispetto alla fonte da cui è estrapolata viene a configurarsi quella che tecnicamente è definita differenza di esercizio e pertanto rientra nella piena legittimità. Come dire che l’autore dovrebbe compiacersi per la citazione di una sua opera che in questo modo viene glorificata. Io non sono d’accordo: a me sembra un’infrazione al diritto d’autore. Le citazioni dovrebbero essere autorizzate”.

La riutilizzazione dei titoli delle canzoni di successo è ormai modalità corrente.
“Se Verdone ha denunciato la Rai per “Compagni di scuola” io allora che dovrei fare? – dice Mogol Nel 1998 la prima rete della tv di Stato ha intitolato una fiction con Elisabetta Gardini “Una donna per amico”, senza chiedermi nulla. Di solito lascio correre se in un brano di un giovane autore ascolto frasi che ho scritto in passato. Sono oltre quarant’anni che mi occupo di testi per canzoni, è quasi ovvio che a qualcuno siano rimaste impresse delle parole, una situazione, un’immagine. Ma non sopporto il fatto che all’industria sia consentito di impossessarsi di mie idee per farne slogan pubblicitari altamente remunerativi. Faccio un esempio: una nota azienda straniera di motociclette, senza interpellarmi, ha lanciato un modello con lo slogan “Sì, viaggiare. Evitando le buche più dure”. È un’appropriazione indebita del frutto della creatività altrui. Eppure nessuno può farci niente, il diritto d’autore in questi casi finisce alle ortiche”.
“Non è vero che l’autore non possa impedire l’utilizzo parziale di una sua opera dell’ingegno in altra opera o in un contesto diverso – dice il professor Paolo Auteri, docente di diritto industriale all’Università di Pavia – Nell’art.19 della legge sul diritto d’autore si legge che esso ha per oggetto “l’opera nel suo insieme ed in ciascuna delle sue parti”. L’autore quindi può vietare anche l’utilizzazione di una parte della sua opera e, come si ricava dall’art.70 della stessa legge, anche le citazioni che non avvengano “per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento”, purché la parte abbia un significato compiuto e sia di per sé creativa. Ora, non so se le parole “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” staccate dal resto della canzone abbiano un autonomo valore espressivo, ma, se avessero tale valore, l’autore potrebbe vietarne l’uso come insegna di un pub o nella pubblicità di prodotti o servizi commerciali. Il fatto è che difficilmente una frase può essere dotata di autonomo valore espressivo. Ricordo che in una causa  giunta anche in cassazione i giudici hanno, a mio avviso giustamente, negato che il verso di una poesia, “È già domani”, fosse proteggibile contro lo slogan “È già domani” adottato da un’impresa per esprimere il carattere innovativo della sua attività di ricerca. Altra cosa è che una frase diventi talmente nota, grazie al successo dell’opera di cui fa parte o dell’artista che l’ha interpretata, da evocare con immediatezza la fonte o il creatore. In questi casi la frase, grazie alla forza evocativa acquisita, può essere protetta come segno distintivo dell’autore, dell’opera o dell’artista o come mezzo evocativo della loro notorietà. Ma si tratta di una tutela diversa da quella del diritto d’autore. Devo dire però che non mancano decisioni che hanno protetto sulla base del diritto di autore anche parole prive di qualsiasi carattere creativo: si pensi che qualche anno fa il Pretore di Roma riconobbe la protezione del diritto d’autore all’espressione “Cacao Meravigliao” diventata simbolo di una fortunata trasmissione di Renzo Arbore o di recente il Tribunale di Milano ha riconosciuto carattere creativo persino alla frase “Non ci posso credere” diventata simbolo delle gags di Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma si tratta di decisioni certamente sbagliate”.

Ma torniamo a Ornella Ferrari, in arte Biri, oggetto della prima contestazione per plagio con cui abbiamo iniziato questa ricerca. La sua appropriazione del verso di Guido Gozzano in sostanza aprì le danze delle citazioni letterarie in ambito musicale. State a vedere.

1953. “La cosa più bella” (Panzeri-Pace-Conti-Argenio) è il titolo del brano con cui Claudio Villa si fidanza con mezza Italia, attirando però le antipatie degli intellettuali, che contestano al ‘reuccio’ l’appropriazione di un verso dantesco (“quando è l’ora che volge al desio”) dal canto ottavo del Purgatorio (“Era l’ora che volge al disio / ai navicanti e ‘ntenerisce il core”).

1955. Riferimenti letterari si registrano anche nella quinta edizione del Festival di Sanremo, quando gli autori di “Che fai tu luna in ciel” (Astelli-Brinniti) brano affidato alle voci di Jula De Palma e Bruno Pallesi, prendono in prestito il titolo e l’incipit (“Che fai tu luna in ciel? / guardi gli amanti?”) dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che Giacomo Leopardi scrisse tra il 1829 e il 1830 (“Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai…”)

1965. Un grande cantautore, Luigi Tenco. Nel testo di “Quasi sera”, figurano versi che richiamano il Ricordo di Maria A. di Bertolt Brecht. Canta Tenco: “Io stavo guardando una vela passare / (…) / ma non ricordo altro, né la voce che avevi, né il nome”. Brecht: “C’era una nuvola che a lungo guardai / (…) / e non riesco a ricordare / (…) / ma il suo volto non lo ricordo proprio”.

1970. Adriano Celentano e Claudia Mori si aggiudicano il Festival di Sanremo con “Chi non lavora non fa l’amore”, brano firmato Celentano, Beretta e Del Prete che affronta il tema del diritto allo sciopero. La minaccia muliebre di un’astensione dalle prestazioni sessuali fu già raccontata in Lisistrata da Aristofane.

1971. Mogol in uno dei versi più emblematici della “Canzone del sole”, dove l’immagine dell’uomo dal fiore in bocca (“un fiore in bocca può servire, sai / più allegro tutto sembra”), peraltro ripresa da Lucio Battisti sulla copertina del disco, richiama il titolo e il protagonista – L’uomo dal fiore in bocca, appunto – dell’atto unico di Luigi Pirandello, dove il fiore funge a rimandare, quasi a esorcizzare il pensiero della morte che dà appuntamento in luoghi e ad ore sconosciute (“La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto: – “Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!”). Curiosamente, la stessa citazione figura, quasi in forma di risposta al verso mogoliano, anche in “Farfallina” di Luca Carboni, in cui il cantautore si chiede, ironico: “Un fiore in bocca, può servire? / Non ci giurerei”.

1972. Una delle canzoni ritenute più originali della manifestazione “Un disco per l’estate” è quella del gruppo Stormy Six: s’intitola “Sotto il bambù”, è firmata Barbaia-Fabbri, e suona come un gioco di sillabe: “sotto il bam / sotto il bu / sotto il mio bambù”. In verità la trovata non è inedita: nasce esattamente 40 anni prima in un testo del poeta inglese Thomas  Stearns Eliot, “Fragment of an agon” da “Sweeney Agonistes”: “Under the bam / under the boo / under the bamboo tree”.

1973. Grande successo per Claudio Baglioni e la sua “Amore bello”, che nel mese di giugno scala i vertici della Hit Parade. Gli ascoltatori più attenti si rendono conto che l’arioso inciso (“amore bello come il giorno… / amore bello… / amore mio non te ne andare / non andar via”) deve a Cet amour di Jaques Prévert  parte della sua originalità (“Amour / beau comme le jour… / amour si beau… / ne t’en va pas…”).

1973. Francesco De Gregori affascina il pubblico con la delicata “Alice”, nella quale racconta la storia di un non meglio identificato Cesare, che “perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina”.
Per anni, la critica si interroga sull’identità del misterioso personaggio.
Chi è Cesare? E quale esito ha avuto la snervante attesa della ballerina, protrattasi per così tanto tempo? Si tratta di Cesare Pavese, figura centrale nelle letture giovanili di De Gregori. E lei,  l’“amore ballerina”, che lo costringe a ore di inutile attesa, è la danzatrice che il poeta amò, senza esserne però ricambiato. Lo stesso aneddoto della lunga attesa sotto la pioggia si riferisce a un episodio ben preciso della biografia del poeta, di cui Pavese parlerà nel suo diario, pubblicato postumo con il titolo Il mestiere di vivere. De Gregori lo legge e ne rimane affascinato, anche se, fedele alla sua proverbiale riservatezza, non sente il bisogno di giustificare l’origine erudita del suo testo. Solo nell’intervista rilasciata a Nicholas Albanese da Giorgio Lo Cascio, il biografo di De Gregori ricorda: “Quando Francesco era in studio per incidere Alice, un tecnico del suono, che stava lavorando alla realizzazione del disco, gli chiese, dopo aver letto il testo: “Ma perché devi esprimerti in questo modo? Ma perché non devi farmi capire quello che stai dicendo? Chi è ‘sto Cesare? Ma chi lo conosce? Ma, se io non ho studiato, non so che è Cesare Pavese! Allora, come faccio a capirlo?”. E De Gregori replicò: “Non è importante che tu sappia che si tratti proprio di Pavese. Lo è per me, perché io l’ho presa da lì questa storia. Ho letto di lui che aspettava il suo amore, una ballerina, sotto la pioggia; a causa dell’umidità lui si ammala e lei, una delle poche che il poeta aveva amato, per giunta, gli dà anche buca!”.

1974. Riccardo Cocciante è al suo terzo album, “Anima”, che contiene, tra le altre, la gradevole “Se io fossi”, sorretta da un arrangiamento particolarmente efficace. Tutto il testo si basa su una serie di trasfigurazioni naturalistiche del protagonista (“Se io fossi un fiore…, se io fossi il sole…, “se io fossi neve…”, “se io fossi il cielo…”), a iniziare dall’incipit (“Se io fossi il fuoco tutto il mondo brucerei / se io fossi il vento lo cancellerei / se io fossi l’acqua tutto quanto coprirei / nascondendo tutto dell’umanità”), preso quasi integralmente in prestito dal sonetto di Cecco Angiolieri (“S’i’ fosse foco ardere’ lo mondo / s’i fosse vento, lo tempestarei; / s’i fosse acqua, i’ l’annegherei”).

1974. Prestito leopardiano anche per Maurizio Piccoli, autore di vocalist come Fiorella Mannoia, Ornella Vanoni e le sorelle Bertè, che nel suo primo album da cantautore scrive “l’aria dolce e questo mare / che mi invita a naufragare, rifacendosi evidentemente al finale dell‘Infinito (“e il naufragar m’è dolce in questo mare).

1985. Ritorno con grancassa per Claudio Baglioni, che con l’album “La vita è adesso” trionfa nella classifica dei dischi più venduti. Già nel  titolo c’è un nuovo richiamo a Prevert : “Notre vie c’est maintenant”, dalla poesia “Embrasse-moi”. Del lavoro fa parte poi il brano “Tutto il calcio minuto per minuto”, il cui finale (“e a due a due vanno via / dentro un’aria tagliente a vetrini / di un pomeriggio nudo) sembra ispirarsi all’attacco di Forse un mattino andando, dalla raccolta di Eugenio Montale Ossi di seppia (“Forse un mattino andando in una aria di vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo).

1990. Ancora Baglioni, questa volta ricorda Giacomo Leopardi. Il cantautore sembra riferirsi ad un pensiero dello Zibaldone (527.1 “i fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli adulti il nulla nel tutto”) per la sua intensa “A Cla, dove la massima leopardiana serve a contrapporre le ingenuità dell’infanzia (“noi che trovavamo tutto in niente”) alle contraddizioni dell’età adulta (“e adesso c’è niente in tutto”).

1996. Le parole del brano “Tu non mi basti mai”, musicato da Tullio Ferro per l’album di “Lucio Dalla Canzoni”, richiamano in tutto il loro svolgimento il ventiduesimo carme del cosiddetto Poeta delle Anacreontiche: “Vorrei essere lo specchio, / perché sempre tu possa ammirarmi. / Vorrei essere un mantello / perché sempre tu possa indossarmi. / Acqua diventar vorrei, / per lavare la tua pelle. / Unguento, oh donna, vorrei essere, / perché te lo possa ungere. / E fascia per il petto / e perla per il collo / e sandalo vorrei diventare. / Almeno coi piedi dovrai calpestarmi”. Ad un’attenta disamina del testo, il brano di Dalla appare non solo tematicamente simile al componimento greco (in entrambi i casi  il protagonista è l’innamorato che si rivolge alla sua donna, presumibilmente lontana), ma anche affine ad esso sotto il profilo retorico e lessicale. Lo rivela, fra le altre cose, la piena corrispondenza tra i nomi degli oggetti, antichi e moderni, che la donna del protagonista maneggia, e nei quali lo stesso vorrebbe trasformarsi: “Vorrei essere il vestito che porterai / il rossetto che userai / vorrei sognarti come non ti ho sognato mai… / Vorrei essere l’acqua della doccia che fai / le lenzuola del letto dove dormirai… / essere l’anello che porterai / la spiaggia dove camminerai / lo specchio che ti guarda se lo guarderai”.
Anche il brano-leader dell’album, “Canzone”, profuma d’antico: il ritornello (“Canzone, cercala se puoi / dille che non mi perda mai. / Va’ per le strade tra la gente. / Diglielo veramente: / non può restare indifferente / e se rimane indifferente non è lei”) sembra ricalcare la Ballatetta di Guido Cavalvanti (“ballatetta… / va’ tu, leggera e piana, / dritt’a la donna mia”), nella quale il poeta replicava un modulo letterario assai diffuso nella poesia duecentesca, dove canzoni e ballate ruotano spesso intorno al motivo del poeta che apostrofa il suo testo, pregandolo di raggiungere, come un messaggero d’amore, la donna amata e forse anche perduta.

Ma è proprio la canzone vincitrice di Sanremo a fare più rumore nell’ambito delle parole prese in prestito: si tratta di “Vorrei incontrarti tra cent’anni”, scritta da Ron ed eseguita dall’autore assieme a Tosca con palesi richiami ad opere di William Shakespeare.
All’atto della premiazione nessuno se ne accorge. Ma sette mesi dopo il Corriere della Sera denuncia il plagio dei sonetti intitolati “Lascia che quelli e “Quando deciderai, pubblicati per la prima volta nel 1609. Questa la sequenza incriminata: Shakespeare scrive “Combatterò dalla tua parte / (…) tale è il mio amore / (…) che per il tuo bene / mi accollerò ogni male; il cantautore risponde così: “Combatterò dalla tua parte / perché tale è il mio amore / che per il tuo bene / sopporterei ogni male…. E se il poeta continua, scrivendo: “E dunque felice me / che amo e sono amato / da chi non posso cancellare / e cancellarmi non può, Ron non è da meno e intona: “Sarò felice in mezzo al vento / perché amo e sono amato / da te che non puoi cancellarmi / e cancellarti non posso. La cosa finisce nel motteggio ironico (“In fondo – commenta Tosca, che ha duettato con Ron sul palco dell’Ariston – meglio Shakespeare che Peppino La Quaglia), anche perché, sul piano del copyright, il cantautore ha ben poco da temere, dato che l’opera del poeta inglese è ormai di pubblico dominio.
Resta casomai qualche ombra sulla validità della vittoria sanremese. Il regolamento del Festival, infatti, ammette alla gara canzoni del tutto inedite, sia nella partitura musicale che relativamente al testo.

Ma se diamo per scontato che una musica possa rimanere impressa e involontariamente venire riprodotta da un compositore in un suo nuovo lavoro, dovremmo fare altrettanto per una frase, magari letta sul banco delle elementari eppoi per anni archiviata in un angolo della memoria fino al momento di scrivere il testo di una canzone. Così una frase, anche se particolarmente espressiva e tutt’altro che comune, può rimanerci appesa dentro tanto da sentirla nostra, come frutto di personali riflessioni.
Vi sono stati episodi clamorosi di cronaca che depongono a favore di questa tesi.
Un comunicato delle Brigate Rosse che citava “le discese ardite e le risalite”, e dall’altra parte (all’estrema destra) un manifesto del Fronte della Gioventù che menzionava “planando sopra boschi di braccia tese”, ambedue frasi cantate da Lucio Battisti. A dimostrare che le parole di Mogol sono più efficaci ed indelebili di quelle di Carlo Marx e Julius Evola. Prova ulteriore ne sia il fatto che Carlo Verdone, 12 mesi dopo la sua denuncia contro la Rai per il riutilizzo di “Compagni di scuola”, intitolò la sua pellicola: “Ma che colpa abbiamo noi”, come la canzone che Mogol scrisse nel 1966 per i Rokes. “Nessuno mi ha chiesto nulla – assicura Mogol – Dall’esperienza di “Compagni di scuola” probabilmente Verdone ha imparato che in Italia titoli e testi non godono di alcuna tutela. E si è adeguato…”