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PLAGIO: FILM, LIBRI, MUSICA E FORMAT TV

COS’HANNO IN COMUNE IL LIBRO “IL CODICE DA VINCI”, IL FILM “PER UN PUGNO DI DOLLARI” E IL BRANO “QUESTO PICCOLO GRANDE AMORE”? PRIMO: CIASCUNO NEL SUO CAMPO – LETTERATURA, CINEMA, MUSICA – RAPPRESENTA UN FORMIDABILE SUCCESSO. MA C’È DELL’ALTRO: TUTTI E TRE QUESTI CAPOLAVORI SONO STATI AL CENTRO DI DISPUTE CON L’ACCUSA DI PLAGIO, UN REATO SEMPRE PIÙ EVOCATO IN UNA SOCIETÀ IN CUI TUTTO SEMBRA GIÀ STATO DETTO, SCRITTO, VISTO, CANTATO. SIGNIFICA CHE LA CREATIVITÀ HA DAVVERO RAGGIUNTO LA SATURAZIONE?

“Cacciatori di idee” di Michele Bovi e Bruna Fattenotte, Tg2 Dossier RAI, 31 agosto 2008.

È il tema trattato nel Tg2 Dossier intitolato “Cacciatori di idee” realizzato da Michele Bovi con Bruna Fattenotte nel 2008, una sorta di vademecum nel settore dell’opera dell’ingegno artistico. Le accuse di plagio hanno bersagliato innumerevoli autori: nella letteratura da Alessandro Manzoni a Ugo Foscolo fino a Umberto Galimberti e Melania Mazzucco; nel cinema dai nostri Sergio Leone e Alberto Sordi alle star statunitensi Quentin Tarantino e Mel Gibson; nella musica praticamente tutti: dai Beatles ai Coldplay, da Claudio Baglioni a Biagio Antonacci.
Storie di copia-copia con risvolti clamorosi: dalle ideatrici di Diabolik che saccheggiarono Fantomas non limitandosi all’ispirazione ma arrivando persino a rubare libri del criminale francese nelle biblioteche, al cantautore senegalese Youssou N’Dour costretto dalla legge a riconoscere la “paternità romanesca” di un suo successo; alla censura imposta dalla Warner a Elio e le Storie Tese per la frase musicale “Tanti auguri a te” ancora oggi tutelata da invalicabili diritti.
Tutto quello che c’è da sapere sul plagio esteso a cinema, letteratura, musica, ma anche format tv e videoclip.

Con gli interventi di

– Giorgio Assumma (avvocato, già presidente della SIAE);
– Maurizio Cabona (critico cinematografico);
– Alessandro Zaccuri (critico letterario);
– Mario Gomboli (editore di Diabolik);
– Biagio Proietti (Associazione nazionale Autori radiotelevisivi e teatrali);
– Linus (Radio DJ);
– Rocco Tanica (Elio e le Storie Tese);
– Peter Van Wood (musicista).

SANREMO DEI RECORD

65 anni di accuse per plagio: alla sbarra i più noti autori

SANREMO DEI RECORD. I MELOMANI CHE ACCUSANO IL FESTIVAL DI ESSERE DA SEMPRE “MERCE PER CANZONETTARI” SICURAMENTE IGNORANO – COME QUASI TUTTI – CHE ILDEBRANDO PIZZETTI E IGOR STRAVINSKY, OVVERO I DUE PIÙ INNOVATIVI COMPOSITORI CLASSICI DEL NOVECENTO, SI SFIDARONO IN TRIBUNALE, L’UN CONTRO L’ALTRO ARMATO, PROPRIO PER UN BRANO DI SANREMO.

Pizzetti_Stravinsky_Rascel

Renato Rascel (in alto), Ildebrando Pizzetti (a sinistra), Igor Stravinsky (a destra).

Accadde nel 1960 per la canzone “Romantica”, scritta e interpretata da Renato Rascel. “Ci fu una denuncia per plagio: il dottor Nicola Festa, veterinario e musicista per diletto, accusò Renato di aver copiato “Romantica” da un suo brano intitolato “Angiulella” – racconta Giuditta Saltarini, vedova di Rascel – In tribunale il querelante si presentò con Ildebrando Pizzetti, il padre riformatore del melodramma italiano, in veste di perito di parte. Renato volle rispondere con un colpo di teatro altrettanto clamoroso e schierò a difesa della sua composizione quell’autentica superstar del neoclassicismo che era e sarà sempre considerato Igor Stravinsky”. Il quale fu evidentemente più convincente del collega visto che il giudice riabilitò totalmente “Romantica” mandando assolto il popolare artista romano.
È soltanto una delle circa duecento vertenze per plagio che finora hanno fatto da consueto strascico giudiziario alle sessantacinque edizioni della kermesse canora: in media, dal 1951 ad oggi, 3 denunce per edizione. “Un tempo gli esposti erano più numerosi perché gli interessi erano più consistenti: la canzone che vinceva a Sanremo vendeva milioni di dischi – ricorda Vince Tempera, decano dei direttori d’orchestra del Festival – e siccome la denuncia per plagio congelava l’allora enorme flusso degli introiti SIAE, agli editori conveniva comunque sborsare qualche milione per tacitare il querelante anche se l’accusa era palesemente infondata”.

Tony_Renis_Uno-per-tutte

Negli anni d’oro le denunce non risparmiarono nessuno: plagio delle musiche, plagio dei testi, plagio dei titoli, gli autori delle canzoni che si piazzavano nella terna vincente dovevano puntualmente dimostrare di non aver copiato. Così Tony Renis nel 1963 dovette difendere la sua “Uno per tutte”, prima classificata, dalle accuse di ben quattro noti autori di altrettante famose melodie: “Quelli dello sci-sci” composta dal maestro Pasquale Frustaci per la rivista Gran Baraonda di Garinei e Giovannini, “Silenzioso Slow” ovvero “Abbassa la tua radio per favor” celeberrimo brano scritto dal maestro Giovanni D’Anzi negli anni Quaranta per Alberto Rabagliati, “Ritorna lo Shimmy” firmata dal maestro Pino Massara per la coppia Adriano Celentano-Anita Traversi e persino un brano americano: “Ya-Ya” composto e interpretato nel 1961 da Lee Dorsey.

Domenico_Modugno_Piove

Così le due canzoni di Domenico Modugno che sbancarono le edizioni 1958 e 1959, “Nel blu dipinto di blu” e “Piove”, furono bersaglio di accuse di plagio: la prima venne denunciata dal maestro Antonio De Marco sia per la musica che per il testo di Franco Migliacci; la seconda per il titolo scelto dal paroliere Dino Verde: il cantautore napoletano Enzo Aita aveva scritto e interpretato nel 1936 un’altra “Piove” e chiese il risarcimento. Per la popolarissima “Volare” il tribunale dette ragione a Modugno e Migliacci, per “Piove” l’editore fu costretto a una salata transazione.

Guido Gozzano e Ornella Ferrari, in arte Biri.

Guido Gozzano e Ornella Ferrari (in arte Biri).

Non che Modugno e i suoi brani fossero i primi a finire in Tribunale per Sanremo. Le accuse di plagio alle canzoni in gara erano partite già con l’esordio del Festival, edizione 1951. Il brano che aveva conquistato il secondo posto s’intitolava “La luna si veste d’argento”, nell’esecuzione di Nilla Pizzi e Achille Togliani. E fu subito scandalo: l’autrice del testo, Ornella Ferrari in arte Biri, la più prolifica paroliera del secondo dopoguerra, fu incolpata di aver copiato una poesia di Guido Gozzano “L’amica di nonna Speranza” che recita “I monti s’abbrunano in coro / il sole si sveste dell’oro / la luna si veste d’argento”.

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Altri tempi, se consideriamo che nell’edizione 2016 hanno gareggiato numerose canzoni con titoli ripetutamente depositati in passato nel registro della Società italiana degli autori ed editori: il primato è del brano di Rocco Hunt “Wake Up” con 943 precedenti. E non solo titoli. Sta facendo discutere il brano scritto da Marco Masini per Noemi “La borsa di una donna” che ricorda nell’atmosfera e nei versi, oltreché nel titolo, “Nella borsa di una donna” canzone del 2012 composta e incisa da Giorgio Faletti.
Sta di fatto che in sessantacinque anni nessuno degli autori di punta della musica leggera italiana si è salvato dall’insinuazione di essere un ladro di note o di parole. Ma che fine hanno fatto tutte le vertenze del passato? Nella stragrande maggioranza le parti hanno trovato un accordo, con gli avvocati più abili dei musicisti, anche nell’attutire il clamore attorno all’iter giuridico.

Nek

Nek.

Ad esempio fece solo inizialmente scalpore l’esposto per plagio che Gianni Bella presentò contro Nek a Sanremo 1997. La canzone incriminata era “Laura non c’è” che secondo il querelante nasceva da una costola della sua “Più ci penso” incisa nel 1974. Non se n’è più saputo niente. “Hanno fatto pace” ha rivelato al settimanale Chi Marcella Bella, sorella di Gianni che pure non si esime dal descrivere pubblicamente Nek come “uno che ama ascoltare cose fatte da altri e poi farle sue”.
La pace spesso è costata cara agli accusati: denaro e talvolta nuovi bollettini con l’aggiunta di ulteriori crediti autoriali da depositare alla SIAE. “Io riuscii a farla franca – confessa Lorenzo Pilat, autore con Pace e Panzeri di “Nessuno mi può giudicare”, il brano che lanciò Caterina Caselli nel Festival del 1966 – Avevo copiato l’attacco da “Fenesta ca lucive”, una canzone napoletana di metà Ottocento ormai di pubblico dominio. Comunque nessuno se ne accorse”. Daniele Pace e Mario Panzeri vennero castigati però nell’edizione del 1970: la canzone scritta dalla coppia di autori per Antoine e Anna Identici, intitolata “Taxi”, rappresenta a tutt’oggi l’unica denuncia sanremese per plagio punzonata con una sentenza definitiva di condanna.

Anna_Identici_Taxi

La querelante, la musicista dilettante Maria Pia Donati Minelli, non volle saperne di transazioni: affrontò 14 anni di cause, tra pretura, tribunale e Corte d’Appello e nel 1984 venne risarcita con 110 milioni di lire, più le spese di quel lungo procedimento. Così “Taxi” fu riconosciuta plagio di “Valzer brillante”, da lei composta nel 1948.
Pace e Panzeri se ne fecero una ragione. D’altronde fu proprio Igor Stravinsky a sancire che “Gli artisti mediocri prendono in prestito, quelli grandi rubano”.

Il Festival di Sanremo 2017

Sanremo 2017

Il Festival 2017 riporta a Sanremo il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, con una sua canzone scritta per la IVa edizione della competizione canora: era il 1954, il brano s’intitolava Con te, affidato alle esecuzioni di Achille Togliani e del duo Natalino Otto-Flo’ Sandon’s.

Totò a Sanremo Con te

Con te è la canzone con cui gareggerà Sergio Sylvestre. Certo, la musica sarà diversa, ma il titolo è identico. Un caso che si ripresenta anche quest’anno: pochi titoli originali, troppi precedenti – anche illustri – per quello che rappresenta il principale segno di riconoscimento di un’opera dell’ingegno, il titolo appunto. Quello della canzone di Totò è stato nel tempo inflazionato. Dall’archivio delle opere musicali della Società Italiana degli Autori ed Editori risulta che il brano di Sylvestre è l’ultimo di ben 1045: dal Con te del 1978 di Claudio Baglioni al fresco Con te (2016) di Alberto Fortis, giusto per citare due interpretazioni blasonate.
Sono 273 le Portami via, come la canzone di Fabrizio Moro: Angelica nel 1972 la eseguì proprio al Festival di Sanremo, poi Daniele Silvestri nel 1994, i Pooh nel 2001, Dolcenera nel 2005, Le Vibrazioni nel 2006 e Fiorella Mannoia nel 2012, sono alcune tra le più note. A quota 196 le Vedrai, come quella di Samuel, con i precedenti illustri di Nino D’Angelo (1983) e Roberto Vecchioni (1999). 15 le Mani nelle mani di Michele Zarrillo. 9 i Ragazzi fuori come il brano di Clementino: il precedente più popolare fu composto da Giancarlo Bigazzi e interpretato dai rapper Club Dogo per il film “Ragazzi fuori” di Marco Risi del 1990. La canzone di Ron L’ottava meraviglia ricorre per l’ottava volta: va ricordato con lo stesso titolo il brano-inno delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 eseguito da Simone ed Elisabetta Gullì, oltre a quelli di Simona Quaranta del 2013 e dei Jet Lag Project del 2015. Sono 7 i brani intitolati La prima stella, come quello di Gigi D’Alessio: lo cantò anche Adriano Celentano nel 1985. Tutta colpa mia di Elodie conta 5 precedenti: spicca il Tutta colpa mia tormentone del programma tv “Non è la Rai” del 1994 con la voce di Antonella Mosetti. Persino la apparentemente insolita Vietato morire di Ermal Meta non è al suo esordio: un album con lo stesso titolo uscì nel 2004 per la voce di Andrea Chimenti.
Ma cosa dice in proposito la legge?
“Il titolo serve proprio per differenziare un’opera dalle altre, se più opere sono identificate con lo stesso titolo si crea una confusione – spiega l’avv. Giorgio Assumma, già presidente della SIAE – Chi può ribellarsi all’uso di un titolo? L’autore dell’opera originaria o i suoi parenti o i suoi eredi. E questa reazione può avvenire anche quando l’opera non è tutelata e quando è caduta in pubblico dominio perché essa continua ad esistere senza limitazioni di tempo. Spesso accade che non venga impugnato l’utilizzo di titoli successivi al primo, perché non ci sono più i parenti legittimati ad agire. In tal caso nell’interesse pubblico è il Ministero dei Beni Culturali che può fare un’azione presso il magistrato affinché la seconda opera non sia intitolata come la prima, proprio perché è interesse della collettività distinguere le varie opere anche se non più protette”.

Il Festival di Sanremo 2016

le canzoni del festival

Il Festival di Sanremo è nato nel 1951. Dopo 66 anni di canzoni obbligatoriamente orecchiabili così come il mercato e gli stessi selezionatori della kermesse esigono, pretendere di comporre un brano caratterizzato da novità melodiche o innovazioni armoniche è una chimera. Di fatto persino puntare all’originalità di un titolo appare un’impresa titanica. Prendiamo ad esempio la lista delle canzoni di quest’anno. Sono molti i titoli che possono annoverare numerosi e apprezzabili trascorsi. Il primato 2016 spetta alla canzone di Rocco Hunt “Wake Up”. Alla Società italiana degli Autori ed Editori con questo stesso titolo ne sono state depositate a oggi 943. Lo “Svegliati” anglosassone ha dato vita a diversi successi internazionali: il primo è del 1969 per The Chambers Brothers, poi i greci Aphrodite’s Child (1970), Roy Wood (1973), i Doors (1974), Paul Anka (1975), Alanis Morissette (1995), Alicia Keys (2003), fino al “Wake Up” del 2005 inciso dal gruppo belga Hooverphonic.

The_Chambers_Brothers_Wake-Up

Sono 262 le canzoni depositate con il titolo “Semplicemente”, lo stesso del brano presentato da Morgan e Bluvertigo. Le più blasonate sono quelle di Franco Califano (1981), Andrea Bocelli (2004), Zero Assoluto (2005), Giusy Ferreri (2010) e Chantal Prestigiacomo (2013).
A quota 122 precedenti “Via da qui”, la canzone presentata da Deborah Iurato e Giovanni Caccamo: tra le incisioni che hanno avuto buona diffusione la più vecchia è di Mirella Felli (1985), seguono quelle di Giampaolo Bertuzzi (1992), Pino marino (2001) e la “Via da qui” importante successo del 2004 per i Delta V.
Sono 69 i titoli identici a quello della canzone che sarà interpretata da Dolcenera “Ora o mai più”: il precedente che ha fatto storia nella musica pop è targato Mina, 1965. Ma un “Ora o mai più” con esiti comunque fruttuosi è stato inciso da Le Orme nel 1975. L’ultimo è del 2015, cantato da Emma.

Mina_Ora_o_mai_piu

Segue “Guardando il cielo” di Arisa con 33 precedenti, i più famosi di Caterina Valente (1959) e Peppino Di Capri (1961), entrambi cover del successo tedesco “Schau ich zum Himmelszelst” tradotto appunto “Guardando il cielo”.

Caterina_Valente_Guardando_il_cielo

Il titolo della canzone scritta da Federico Zampaglione per Patty Pravo “Cieli immensi”, oltre a ricordare un concetto celebrato da Mogol-Battisti, conta 13 precedenti ed è soprattutto il titolo di una composizione molte volte rivisitata di Benedetto Marcello (1686-1739).
8 precedenti per “Di me e di te”, il brano degli Zero Assoluto; 4 precedenti per “Infinite volte” di Lorenzo Fragola (“Infinite volte” lo cantò anche Giorgia nel 2005); 3 precedenti per “Il diluvio universale” di Annalisa: l’ultimo di Davide Van De Sfroos (1999), il primo di Gaetano Donizetti per la sua opera del 1830.
Rilievo a parte merita la canzone presentata da Irene Fornaciari: il titolo “Blu” ha 612 precedenti, il più vecchio è degli Strudel (1972); dopodiché tra le esecuzioni più note quelle di Gepy & Gepy (1977), Sandro Giacobbe (1979), Tony Renis (1985), Mimmo Locasciulli (1989), Raf (1993), Gianni Morandi (1997), Paola e Chiara (2004), Neffa (2006), Paolo Meneguzzi (2013), Malika Ayane (2014). Alle quali va aggiunta la “Blu” più famosa in assoluto: quella composta, eseguita e lanciata in tutto il mondo (con diverse traduzioni) nel 1998 da Zucchero, papà di Irene. Una citazione? Una provocazione? Una sfida artistico-familiare al concetto stesso del copyright che vieterebbe titoli uguali? Zucchero, è noto, non ha concorrenti per audacia nel riutilizzo di passaggi musicali: la stessa “Blu” fu oggetto di una causa per plagio, peraltro vinta da Zucchero.

Strudel_Blu

Ma se Zucchero è un veterano va detto che anche le Nuove Proposte di Sanremo hanno proposto titoli tutt’altro che nuovi. Il più abusato è “Amen” di Francesco Gabbani: 383 precedenti con esecutori illustri come Bob Marley (1964), Johnny Cash (1965), Lloyd Price (1965) Elvis Presley (1968), Otis Redding (1968), Lucio Dalla (1992), Elton John (1994), Teresa De Sio (2007), Leonard Cohen (2012) e Bon Jovi (2013).

Otis_Redding_Amen

Segue “Dimentica” di Mahmood con 169 precedenti: i più recenti sono di Michele Zarrillo (2004), Raf (2006), Pino Daniele (2009), Chiara Canzian (2009), Gianna Nannini (2011) e Andrea Mirò (2014).

Raf_Dimentica

“N.E.G.R.A.” di Cecile gode dell’originalità dei puntini: senza di quelli “Negra” conterebbe 85 precedenti; 38 i “Cosa resterà” come il titolo della canzone di Irama, 21 gli “introverso” di Chiara Dello Iacovo, 7 i “Rinascerai” di Michael Leonardi.

[con la collaborazione di Michele Neri]

Confronto con l’edizione 2015

Festival di Sanremo 2015. Il primato della canzone con il titolo più inflazionato spetta a Anna Tatangelo “Libera”. Alla SIAE con questo stesso titolo ne sono state depositate 717. La prima “Libera” risale al 1975 interpretata da un’esordiente Alice (si firmava all’epoca con nome e cognome: Alice Visconti); altre “Libera” famose sono state cantate da Mia Martini (1977); Anna Rusticano (1989); Barbara Cola (1995); Renato Zero (2001); Syria (2005); Marco Masini (2005) e Biagio Antonacci (2014).

Sono 270 le canzoni depositate con il titolo “Sola”, lo stesso del brano presentato da Nina Zilli. La prima “Sola” risale al 1971, interpretata da Milva, sigla del programma televisivo “I Grandi dello Spettacolo”. Le altre più popolari “Sola” sono state eseguite da Anna Rusticano (1976), Memo Remigi (1979); Viola Valentino nella colonna sonora del film “Delitto sull’autostrada” (1982) in cui la cantante recita accanto a Tomas Milian; Loredana Berté (1983); Ombretta Colli (1985); Ivan Graziani (1986); Fiordaliso (1992); Paola Turci (1993); Marina Rei (1995); Laura Fedele (1996); i Prozac (1996), Gianna Nannini (1998), i Delirium (1999); Nicky Nicolai (2004) e Jennifer Lopez (2007).

Sono 306 i titoli “Voce”, come quello della canzone interpretata da Lara Fabian: il precedente più importante è di Bungaro (1990).
A quota 292 i “Grande amore”, la canzone interpretata da Il Volo: il “Grande amore” più blasonato è quello di Mina del 1999.

Segue “Come una favola” di Raf con 84 precedenti (“Come una favola” è un classico del repertorio delle orchestre di Liscio romagnolo e anche un nuovo brano inciso nel 2014 dall’Orchestra Marianna Lanteri). Il titolo della canzone di Marco Masini “Che giorno è” tocca il traguardo dei 50. Noti i precedenti di Wilma Goich (1970), Wess & Airedales (1972), Formula Tre (1992). “Sogni infranti” di Gianluca Grignani conta 24 precedenti (anche quello del rapper Duke Montana del 2012); 13 “Straordinario” (Chiara Galiazzo); 12 “Siamo uguali” (Lorenzo Fragola); 3 “Buona fortuna amore” (Nesli).

Anche le Nuove Proposte di Sanremo hanno proposto titoli tutt’altro che nuovi. Svetta “Elisa” di Kutso con 486 precedenti: il primo “Elisa” era contenuto nell’album-scandalo del 1969 “Je t’aime…moi non plus” di Jane Birkin e Serge Gainsbourg; hanno inciso differenti “Elisa” altri esecutori celebri quali i Bee Gees (1972), Mino Reitano (1983), Geraldina Trovato (1994).

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511 i “Credo”, titolo presentato da Amara. Si va dal genere classico-religioso, con interpretazioni della Schola Cantorum dei Benedettini di Sant’Anselmo (1957) fino al Coro dei Cosacchi del Don (1976). Ma anche “Credo” pop, come quelli di Mia Martini (1972), i Pooh (1975), Drupi (1981), Gianni Morandi (1992), Mango (1997), Nek (2000). “Ritornerai”, il titolo del brano di Chanty, ha il precedente storico di Bruno Lauzi del 1963, reiterato nel 2002 con la reinterpretazione di Franco Battiato. In tutto 151 “Ritornerai”, uno anche di Scialpi del 1990.

Bruno Lauzi - Ritornerai

“Ritornerò da te” è il titolo della canzone di Giovanni Caccamo e di altri 35 brani, compresa una composizione per i Catechismi della Chiesa Italiana che si ispira al Vangelo sul tema della Riconciliazione (edizioni Paoline, 2006). 18 precedenti per “Oltre il giardino” di Kaligola, tra i quali quello inciso nel 1982 dal trio Mario Castelnuovo-Marco Ferradini-Goran Kusminac, uno di Roberto Vecchioni (1986) e quello portato proprio al Festival di Sanremo nel 2007 da Fabio Concato. Il poeta-paroliere Pasquale Panella nel 1981 scrisse per Enzo Ciervo la canzone “Galleggiare”. Da allora lo stesso titolo è stato depositato altre 10 volte: l’ultima per Serena Brancale in questa edizione di Sanremo. Se un titolo pur non comune ma breve come “Galleggiare” ha tanti gemelli, anche un titolo contenente una frase articolata non è garanzia di novità. È il caso di “Io non so cos’è l’amore” di Rakele: i precedenti sono già 3, ultimo quello di DjSputo, idolo dei teenagers sardi.
Consoliamoci: l’anno prossimo sarà peggio.

Confronto con l’edizione 2014

Festival di Sanremo edizione 2014. Ha vinto Arisa con “Controvento” titolo che conta nutriti precedenti, 150 in tutto, compresi quello di Filipponio del 1981, quello di Antonella Ruggiero del 1999, quello di Anna Oxa del 2001 e per ultimo il “Controvento” di Eros Ramazzotti del 2009. Nel calcolo dei precedenti in testa a tutti c’è “Ora” di Renzo Rubino che nei registri della SIAE compare già 426 volte, ovvero altrettante canzoni con lo stesso titolo sono state depositate in passato al fine di essere tutelate da tentativi di plagio: nella stessa storia del Festival di Sanremo c’è un’altra “Ora”: scritta da Donatella Rettore ed eseguita da Dora Moroni nell’edizione 1978; ma erano intitolate “Ora” anche una canzone di Bruno Martino del 1966, di Eros Ramazzotti del 1985 e di Jovanotti del 2011.

Sono 255 invece le canzoni depositate con il titolo “Lentamente”, come il secondo brano presentato da Arisa (che però si è cautelata aggiungendo un sottotitolo tra parentesi: “il primo che passa”, a sua volta titolo di un brano inciso nel 1974 da Nancy Cuomo per la colonna sonora de “Il viaggio”, l’ultimo film diretto da Vittorio De Sica): una “Lentamente” compariva nell’album di esordio di Angelo Branduardi (1974), l’ultima in ordine cronologico è del 2003, incisa da Niccolò Fabi. “Da lontano”, titolo di una delle due canzoni di questo Sanremo per Antonella Ruggiero, è stato depositato anteriormente 90 volte: anche per un brano di Gino Paoli nel 1986, o di Eduardo De Crescenzo nel 1985. Sono 33 i precedenti per “Pedala” di Frankie Hi-nrg; 32 per “Invisibili” di Cristiano De André; 26 per “Così lontano” di Giuliano Palma; 7 per “Nel tuo sorriso” di Francesco Sarcina (compresa la versione italiana del classico americano “The shadow of your smile”, tradotto appunto “Nel tuo sorriso” nell’interpretazione di Rocco Granata, il cantante della popolarissima “Marina”); 3 per “Prima di andare via” di Riccardo Sinigallia (popolare quello di Neffa del 2003); nel 1965 la popstar americana Larry Finnegan incise una “Quando balliamo” stesso titolo del secondo brano presentato in questa edizione sanremese da Antonella Ruggiero. E oltre a “Ora” c’è un altro trascorso specifico, ovvero un’altra canzone presentata con lo stesso titolo proprio al Festival di Sanremo: è “In questa città” di Francesco Sarcina, l’antecedente fu composta da Pino Daniele e interpretata nell’edizione del 1991 da Loredana Bertè. Per la cronaca il titolo “In questa città” è a quota 41 depositi: spicca su tutti l’omonimo scritto da Franco Califano ed Edoardo Vianello per i Ricchi e Poveri nel 1970.

Loredana Berte - in questa città

Le proteste degli autori

“Non ho mai riscontrato plagi a mio danno, almeno per quanto riguarda le musiche – raccontò Bruno Lauzi in un Tg2 Dossier sul plagio del 2002 – I titoli sì, quelli li ho spesso ritrovati in composizioni successive. “Il poeta” ha dato lo spunto per altre canzoni che si chiamano così; eppoi “Viva la libertà”, il fratello di Rita Pavone ha inciso un brano con un titolo uguale e persino “La donna cannone”: De Gregori, certamente in buonafede, ha usato lo stesso titolo. Ma l’avevo scritta prima io. La SIAE non dovrebbe permettere queste ripetizioni. Che tuttavia accadono: il controllo è lasco e il terrorista è fra di noi”. “Ricordo che quando nel nostro album “Un posto felice” del 1999 inserimmo un brano intitolato “Mi manchi”, qualcuno, forse un autore o un editore, protestò perché era lo stesso titolo della canzone con cui Fausto Leali aveva partecipato al Festival di Sanremo del 1988 – racconta Stefano D’Orazio ex batterista dei Pooh – Ovviamente non c’era stata intenzionalità. È accaduto anche a noi di rivedere nostri titoli in testa a brani altrui. D’altronde in canzoni che parlano d’amore è arduo azzeccare un titolo che non sia stato già coniato”.

Fausto Leali - Mi manchi
E proprio “Mi manchi” può servire da esempio. Un’occhiata ai registri della SIAE e ci si rende conto che non soltanto la canzone dei Pooh (Facchinetti-D’Orazio) e quella di Leali (Berlingioni-Fasano) sono state depositate con questo titolo. Nell’edizione del 2013 del Festival di Sanremo Simone Cristicchi cantò la sua ennesima “Mi manchi”. Ma ecco l’elenco completo dei brani in cui compare la proposizione, con gli autori, la data di pubblicazione e il nome dell’esecutore:
Mi manchi (Borra-Malgioglio, 1977) per Il Segno dello zodiaco;
Mi manchi (Lusini-Bardotti, 1978) per i Ricchi e Poveri;
Mi manchi (Chiodi, 1978) per Mila Giordani;
Mi manchi (Vecchioni, 1979) per Roberto Vecchioni;
Mi manchi (Aquilani-Finocchi, 1982) per Franco Mechilli;
Mi manchi (Cavallo, 1984) per Gianni Morandi;
Mi manchi (Rustikano-Svoboda, 1987) per Anna Rustikano;
Mi manchi (Bertè-Paoluzzi, 1993) per Loredana Bertè;
Mi manchi (Lanza, 1995) per il gruppo Rock Galileo;

e anche:
Mi manchi tu (Anelli, 1974) per Alberto Anelli;
Mi manchi tu (Gioia-Damele, 1969) per Roberto Belmonte;
Mi manchi tu (Fornaciari-Calabrese, 1987) per Mina;
Mi manchi tu (Sandford-Watte-Casini, 1998) per Paola Turci;
Mi manchi tu (Giannotti-Testoni-Elmi-Bitelli-Aldrighetti, 1998) per Clara & Black Cars;
Mi manchi tu (Migliacci-Hall, 1983) per Scialpi;
E mi manchi (Bergamaschi-Malgioglio-Brioschi, 1995) per Marco Silenzi;
E mi manchi (Carrisi-Power, 1996) per Albano e Romina;
E mi manchi (Santoro, 1999) per Mina;
E mi manchi tu (Bartak-Calabrese, 2001) per Andrea Bocelli;
E tu mi manchi (Lanza-Buonocore, 1994) per Francesco Calabrese;
E mi manchi tanto (Morelli, 1973) per gli Alunni del sole;
Tu mi manchi (Reitano, 1975) per Mino Reitano;
Tu mi manchi (Malgioglio-Sedaka, 1987) per Angelo Banzola;
Tu mi manchi dentro (Minellono-Brioschi, 1980) per Leroy Gomez;
Tu non mi manchi (Limiti-Balsamo, 1973) per Umberto Balsamo
Mi manchi ancora (Stellita-Cossu-Ruggiero, 1987) per i Matia Bazar;
Mi manchi un po’ (Cantarelli-Blandi, 1979) per Marina Lai;
E mi manchi un po’ di più (Gesy-Cheli-Eliop, 1986) per Flavia Fortunato;
E tu mi manchi (Lo Vecchio-Simonluca, 1976) per Santino Rocchetti;
Mi manchi già (Grandi-Curreri, 1995) per gli Stadio;
Mi manchi tanto (Lamberti-Bastelli-Cortellini, 1993) per Franco Bastelli;
Mi manchi troppo (Bertolazzi, 1977) per Franco Chiari;
Mi manchi da morire (Nicolucci-Carloni, 1987) per Patrizia Ceccarelli;
Se mi manchi (Cavilli-Rolando, 1980) per Angelo Maria Camilli
Fa che non mi manchi (Drupi-Dato, 1983) per Drupi;
Ti dirò che mi manchi (Panceri, 1995) per Gatto Panceri;
Sarà perché mi manchi (Cacioppo-Rizzelli, 1994) per Irene Bottino;
La verità è che mi manchi (Donaggio, 1972) per Pino Donaggio;

e per finire due cover storiche:
Mi manchi (I need you) (George Harrison-Giorgio Calabrese, 1966) per Meri Marabini;
Amore mi manchi (Honey) (Russell-Pace, 1968) per Giuliana Valci.

Mentre le sillabe magiche “Ti amo” compaiono nei titoli di 305 canzoni regolarmente registrate e pubblicate.

Agli stessi compositori accade a volte di firmare brani diversi con lo stesso titolo. È il caso di Riccardo Cocciante, ad esempio. Nella versione italiana dell’opera teatrale “Notre Dame de Paris” che ha esordito a Roma nel 2002, c’è un brano intitolato “Bella”, che Pasquale Panella ha tradotto ed adattato dall’originale francese “Belle” di Luc Plamondon. Ma Cocciante aveva già firmato, con Cassella e Luberti, ed inciso un altro “Bella” nel 1973, un anno prima di “Bella senz’anima”. Un aggettivo che evidentemente gli porta fortuna.

C’è poi chi lo fa apposta. Il gruppo torinese degli Statuto ha nel proprio repertorio tutta una serie di brani con titoli già famosi (e non si tratta di parodie, bensì di canzoni con testi completamente diversi da quelle che il titolo ricorda). Qualche esempio: “Una donna per amico”, “Il cielo in una stanza”, “Cuore matto”, “La mia banda suona il rock”, “Pensiero stupendo”. Mai avuto problemi – racconta Giovanni “Naska” Deidda, batterista degli Statuto – Una volta un giornale scrisse che Paoli voleva denunciarci per “Sapore di sale”. Ma fu lui stesso a smentire la notizia”.

Nel 2001 Carlo Verdone denunciò la Rai per la fiction “Compagni di scuola”: colpa del titolo, identico a quello di un suo film del 1988. “La legge dice chiaramente che un titolo non può essere usato due volte. – spiegò l’attore-regista – La mia decisione si è resa necessaria, bisogna dare un senso alle regole del diritto d’autore. Non voglio giudicare niente e nessuno, ma è chiaro che il mio film, un evergreen che in tv aveva sempre avuto buoni ascolti, viene danneggiato dall’esistenza di una serie destinata ad andare in onda per tutto l’inverno, senza contare le repliche. Nel telespettatore si crea inevitabilmente confusione: uno legge “Compagni di scuola” e mica va a vedere se si tratta del film o dello sceneggiato. Insomma, è un colpo basso a sorpresa, che non meritiamo: per questo io e i miei co-autori abbiamo di comune accordo dato incarico al nostro avvocato di difendere il film e far valere il diritto di non subire plagi di nessun genere”. Carlo Verdone perse la causa. I giudici infatti dettero ragione alla tesi della società produttrice della fiction. “Il problema sollevato non ha ragione di esistere – sostenne il produttore Carlo Bixio – Lo stesso titolo si può usare per opere diverse. D’altronde il nostro è un prodotto completamente differente dal film: non c’è un palese riferimento. Nessuno può pensare che abbiamo voluto rubare un titolo a Verdone”.

Di fascicoli che raccolgono gli atti di cause del genere, ossia relative a titoli e soggetti di film, di libri, di trasmissioni televisive, sono piene le cancellerie degli uffici giudiziari. Ma resta la canzone il bersaglio numero uno delle azioni di plagio anche per quanto concerne i testi. “Per la parte letteraria è più facile stabilire il plagio. – dice l’avvocato Giorgio Assumma, presidente della SIAE dal 2005 al 2010 – Purché la frase incriminata abbia davvero una sua originalità”. È vero però che il concetto di originalità è tutt’altro che codificato e pertanto destinato ad interpretazioni varie e divergenti. Un esempio viene da una causa seguita proprio da Assumma, in quanto difensore di Francesco De Gregori. L’artista per la sua canzone “Prendi questa mano zingara” del 1996 era stato citato in giudizio da Luigi Albertelli e Enrico Riccardi, autori del brano “Zingara”, con cui Bobby Solo e Iva Zanicchi avevano vinto nel 1969 il Festival di Sanremo. La frase incriminata nel pezzo di De Gregori era “Prendi questa mano zingara, dimmi pure che futuro avrò”, indubbiamente simile a “Prendi questa mano zingara, dimmi pure che destino avrò” scritta dai querelanti. “In un primo momento i giudici dettero torto a De Gregori – racconta l’avvocato Assumma – poi in appello stabilirono che la frase rientra nel linguaggio comune e il mio cliente fu assolto”. La giurisprudenza italiana infatti illustra quello che potrebbe sembrare un paradosso: è più facile difendere la paternità di una proposizione che rappresenta un luogo comune piuttosto che una frase inedita che proprio per la sua originale efficacia è diventata popolare. “Nel centro di Roma c’è un pub che si chiama “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” – protestò qualche anno fa Franco Migliacci, l’autore della canzone che lanciò nel 1963 Gianni Morandi Proposi all’editore un’azione legale ma gli avvocati ci scoraggiarono, dicendo che se la frase è utilizzata per qualcosa di diverso rispetto alla fonte da cui è estrapolata viene a configurarsi quella che tecnicamente è definita differenza di esercizio e pertanto rientra nella piena legittimità. Come dire che l’autore dovrebbe compiacersi per la citazione di una sua opera che in questo modo viene glorificata. Io non sono d’accordo: a me sembra un’infrazione al diritto d’autore. Le citazioni dovrebbero essere autorizzate”.

La riutilizzazione dei titoli delle canzoni di successo è ormai modalità corrente. “Se Verdone ha denunciato la Rai per “Compagni di scuola” io allora che dovrei fare? – dice Mogol Nel 1998 la prima rete della tv di Stato ha intitolato una fiction con Elisabetta Gardini “Una donna per amico”, senza chiedermi nulla. Di solito lascio correre se in un brano di un giovane autore ascolto frasi che ho scritto in passato. Sono oltre quarant’anni che mi occupo di testi per canzoni, è quasi ovvio che a qualcuno siano rimaste impresse delle parole, una situazione, un’immagine. Ma non sopporto il fatto che all’industria sia consentito di impossessarsi di mie idee per farne slogan pubblicitari altamente remunerativi. Faccio un esempio: una nota azienda straniera di motociclette, senza interpellarmi, ha lanciato un modello con lo slogan “Sì, viaggiare. Evitando le buche più dure”. È un’appropriazione indebita del frutto della creatività altrui. Eppure nessuno può farci niente, il diritto d’autore in questi casi finisce alle ortiche”. “Non è vero che l’autore non possa impedire l’utilizzo parziale di una sua opera dell’ingegno in altra opera o in un contesto diverso – dice il professor Paolo Auteri, docente di diritto industriale all’Università di Pavia – Nell’art.19 della legge sul diritto d’autore si legge che esso ha per oggetto “l’opera nel suo insieme ed in ciascuna delle sue parti”. L’autore quindi può vietare anche l’utilizzazione di una parte della sua opera e, come si ricava dall’art.70 della stessa legge, anche le citazioni che non avvengano “per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento”, purché la parte abbia un significato compiuto e sia di per sé creativa. Ora, non so se le parole “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” staccate dal resto della canzone abbiano un autonomo valore espressivo, ma, se avessero tale valore, l’autore potrebbe vietarne l’uso come insegna di un pub o nella pubblicità di prodotti o servizi commerciali. Il fatto è che difficilmente una frase può essere dotata di autonomo valore espressivo. Ricordo che in una causa giunta anche in cassazione i giudici hanno, a mio avviso giustamente, negato che il verso di una poesia, “È già domani”, fosse proteggibile contro lo slogan “È già domani” adottato da un’impresa per esprimere il carattere innovativo della sua attività di ricerca. Altra cosa è che una frase diventi talmente nota, grazie al successo dell’opera di cui fa parte o dell’artista che l’ha interpretata, da evocare con immediatezza la fonte o il creatore. In questi casi la frase, grazie alla forza evocativa acquisita, può essere protetta come segno distintivo dell’autore, dell’opera o dell’artista o come mezzo evocativo della loro notorietà. Ma si tratta di una tutela diversa da quella del diritto d’autore. Devo dire però che non mancano decisioni che hanno protetto sulla base del diritto di autore anche parole prive di qualsiasi carattere creativo: si pensi che qualche anno fa il Pretore di Roma riconobbe la protezione del diritto d’autore all’espressione “Cacao Meravigliao” diventata simbolo di una fortunata trasmissione di Renzo Arbore o di recente il Tribunale di Milano ha riconosciuto carattere creativo persino alla frase “Non ci posso credere” diventata simbolo delle gags di Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma si tratta di decisioni certamente sbagliate”.

Ma torniamo a Ornella Ferrari, in arte Biri, oggetto della prima contestazione per plagio con cui abbiamo iniziato questa ricerca. La sua appropriazione del verso di Guido Gozzano in sostanza aprì le danze delle citazioni letterarie in ambito musicale. State a vedere.

1953. “La cosa più bella” (Panzeri-Pace-Conti-Argenio) è il titolo del brano con cui Claudio Villa si fidanza con mezza Italia, attirando però le antipatie degli intellettuali, che contestano al ‘reuccio’ l’appropriazione di un verso dantesco (“quando è l’ora che volge al desio”) dal canto ottavo del Purgatorio (“Era l’ora che volge al disio / ai navicanti e ‘ntenerisce il core”).

1955. Riferimenti letterari si registrano anche nella quinta edizione del Festival di Sanremo, quando gli autori di “Che fai tu luna in ciel” (Astelli-Brinniti) brano affidato alle voci di Jula De Palma e Bruno Pallesi, prendono in prestito il titolo e l’incipit (“Che fai tu luna in ciel? / guardi gli amanti?”) dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che Giacomo Leopardi scrisse tra il 1829 e il 1830 (“Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai…”)

1965. Un grande cantautore, Luigi Tenco. Nel testo di “Quasi sera”, figurano versi che richiamano il Ricordo di Maria A. di Bertolt Brecht. Canta Tenco: “Io stavo guardando una vela passare / (…) / ma non ricordo altro, né la voce che avevi, né il nome”. Brecht: “C’era una nuvola che a lungo guardai / (…) / e non riesco a ricordare / (…) / ma il suo volto non lo ricordo proprio”.

1970. Adriano Celentano e Claudia Mori si aggiudicano il Festival di Sanremo con “Chi non lavora non fa l’amore”, brano firmato Celentano, Beretta e Del Prete che affronta il tema del diritto allo sciopero. La minaccia muliebre di un’astensione dalle prestazioni sessuali fu già raccontata in Lisistrata da Aristofane.

1971. Mogol in uno dei versi più emblematici della “Canzone del sole”, dove l’immagine dell’uomo dal fiore in bocca (“un fiore in bocca può servire, sai / più allegro tutto sembra”), peraltro ripresa da Lucio Battisti sulla copertina del disco, richiama il titolo e il protagonista – L’uomo dal fiore in bocca, appunto – dell’atto unico di Luigi Pirandello, dove il fiore funge a rimandare, quasi a esorcizzare il pensiero della morte che dà appuntamento in luoghi e ad ore sconosciute (“La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto: – “Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!”). Curiosamente, la stessa citazione figura, quasi in forma di risposta al verso mogoliano, anche in “Farfallina” di Luca Carboni, in cui il cantautore si chiede, ironico: “Un fiore in bocca, può servire? / Non ci giurerei”.

1972. Una delle canzoni ritenute più originali della manifestazione “Un disco per l’estate” è quella del gruppo Stormy Six: s’intitola “Sotto il bambù”, è firmata Barbaia-Fabbri, e suona come un gioco di sillabe: “sotto il bam / sotto il bu / sotto il mio bambù”. In verità la trovata non è inedita: nasce esattamente 40 anni prima in un testo del poeta inglese Thomas Stearns Eliot, “Fragment of an agon” da “Sweeney Agonistes”: “Under the bam / under the boo / under the bamboo tree”.

1973. Grande successo per Claudio Baglioni e la sua “Amore bello”, che nel mese di giugno scala i vertici della Hit Parade. Gli ascoltatori più attenti si rendono conto che l’arioso inciso (“amore bello come il giorno… / amore bello… / amore mio non te ne andare / non andar via”) deve a Cet amour di Jaques Prévert parte della sua originalità (“Amour / beau comme le jour… / amour si beau… / ne t’en va pas…”).

1973. Francesco De Gregori affascina il pubblico con la delicata “Alice”, nella quale racconta la storia di un non meglio identificato Cesare, che “perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina”. Per anni, la critica si interroga sull’identità del misterioso personaggio. Chi è Cesare? E quale esito ha avuto la snervante attesa della ballerina, protrattasi per così tanto tempo? Si tratta di Cesare Pavese, figura centrale nelle letture giovanili di De Gregori. E lei, l’“amore ballerina”, che lo costringe a ore di inutile attesa, è la danzatrice che il poeta amò, senza esserne però ricambiato. Lo stesso aneddoto della lunga attesa sotto la pioggia si riferisce a un episodio ben preciso della biografia del poeta, di cui Pavese parlerà nel suo diario, pubblicato postumo con il titolo Il mestiere di vivere. De Gregori lo legge e ne rimane affascinato, anche se, fedele alla sua proverbiale riservatezza, non sente il bisogno di giustificare l’origine erudita del suo testo. Solo nell’intervista rilasciata a Nicholas Albanese da Giorgio Lo Cascio, il biografo di De Gregori ricorda: “Quando Francesco era in studio per incidere Alice, un tecnico del suono, che stava lavorando alla realizzazione del disco, gli chiese, dopo aver letto il testo: “Ma perché devi esprimerti in questo modo? Ma perché non devi farmi capire quello che stai dicendo? Chi è ‘sto Cesare? Ma chi lo conosce? Ma, se io non ho studiato, non so che è Cesare Pavese! Allora, come faccio a capirlo?”. E De Gregori replicò: “Non è importante che tu sappia che si tratti proprio di Pavese. Lo è per me, perché io l’ho presa da lì questa storia. Ho letto di lui che aspettava il suo amore, una ballerina, sotto la pioggia; a causa dell’umidità lui si ammala e lei, una delle poche che il poeta aveva amato, per giunta, gli dà anche buca!”.

1974. Riccardo Cocciante è al suo terzo album, “Anima”, che contiene, tra le altre, la gradevole “Se io fossi”, sorretta da un arrangiamento particolarmente efficace. Tutto il testo si basa su una serie di trasfigurazioni naturalistiche del protagonista (“Se io fossi un fiore…, se io fossi il sole…, “se io fossi neve…”, “se io fossi il cielo…”), a iniziare dall’incipit (“Se io fossi il fuoco tutto il mondo brucerei / se io fossi il vento lo cancellerei / se io fossi l’acqua tutto quanto coprirei / nascondendo tutto dell’umanità”), preso quasi integralmente in prestito dal sonetto di Cecco Angiolieri (“S’i’ fosse foco ardere’ lo mondo / s’i fosse vento, lo tempestarei; / s’i fosse acqua, i’ l’annegherei”).

1974. Prestito leopardiano anche per Maurizio Piccoli, autore di vocalist come Fiorella Mannoia, Ornella Vanoni e le sorelle Bertè, che nel suo primo album da cantautore scrive “l’aria dolce e questo mare / che mi invita a naufragare, rifacendosi evidentemente al finale dell‘Infinito (“e il naufragar m’è dolce in questo mare).

1985. Ritorno con grancassa per Claudio Baglioni, che con l’album “La vita è adesso” trionfa nella classifica dei dischi più venduti. Già nel titolo c’è un nuovo richiamo a Prevert : “Notre vie c’est maintenant”, dalla poesia “Embrasse-moi”. Del lavoro fa parte poi il brano “Tutto il calcio minuto per minuto”, il cui finale (“e a due a due vanno via / dentro un’aria tagliente a vetrini / di un pomeriggio nudo) sembra ispirarsi all’attacco di Forse un mattino andando, dalla raccolta di Eugenio Montale Ossi di seppia (“Forse un mattino andando in una aria di vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo).

1990. Ancora Baglioni, questa volta ricorda Giacomo Leopardi. Il cantautore sembra riferirsi ad un pensiero dello Zibaldone (527.1 “i fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli adulti il nulla nel tutto”) per la sua intensa “A Cla, dove la massima leopardiana serve a contrapporre le ingenuità dell’infanzia (“noi che trovavamo tutto in niente”) alle contraddizioni dell’età adulta (“e adesso c’è niente in tutto”).

1996. Le parole del brano “Tu non mi basti mai”, musicato da Tullio Ferro per l’album di “Lucio Dalla Canzoni”, richiamano in tutto il loro svolgimento il ventiduesimo carme del cosiddetto Poeta delle Anacreontiche: “Vorrei essere lo specchio, / perché sempre tu possa ammirarmi. / Vorrei essere un mantello / perché sempre tu possa indossarmi. / Acqua diventar vorrei, / per lavare la tua pelle. / Unguento, oh donna, vorrei essere, / perché te lo possa ungere. / E fascia per il petto / e perla per il collo / e sandalo vorrei diventare. / Almeno coi piedi dovrai calpestarmi”. Ad un’attenta disamina del testo, il brano di Dalla appare non solo tematicamente simile al componimento greco (in entrambi i casi il protagonista è l’innamorato che si rivolge alla sua donna, presumibilmente lontana), ma anche affine ad esso sotto il profilo retorico e lessicale. Lo rivela, fra le altre cose, la piena corrispondenza tra i nomi degli oggetti, antichi e moderni, che la donna del protagonista maneggia, e nei quali lo stesso vorrebbe trasformarsi: “Vorrei essere il vestito che porterai / il rossetto che userai / vorrei sognarti come non ti ho sognato mai… / Vorrei essere l’acqua della doccia che fai / le lenzuola del letto dove dormirai… / essere l’anello che porterai / la spiaggia dove camminerai / lo specchio che ti guarda se lo guarderai”. Anche il brano-leader dell’album, “Canzone”, profuma d’antico: il ritornello (“Canzone, cercala se puoi / dille che non mi perda mai. / Va’ per le strade tra la gente. / Diglielo veramente: / non può restare indifferente / e se rimane indifferente non è lei”) sembra ricalcare la Ballatetta di Guido Cavalvanti (“ballatetta… / va’ tu, leggera e piana, / dritt’a la donna mia”), nella quale il poeta replicava un modulo letterario assai diffuso nella poesia duecentesca, dove canzoni e ballate ruotano spesso intorno al motivo del poeta che apostrofa il suo testo, pregandolo di raggiungere, come un messaggero d’amore, la donna amata e forse anche perduta.

Ma è proprio la canzone vincitrice di Sanremo a fare più rumore nell’ambito delle parole prese in prestito: si tratta di “Vorrei incontrarti tra cent’anni”, scritta da Ron ed eseguita dall’autore assieme a Tosca con palesi richiami ad opere di William Shakespeare. All’atto della premiazione nessuno se ne accorge. Ma sette mesi dopo il Corriere della Sera denuncia il plagio dei sonetti intitolati “Lascia che quelli e “Quando deciderai, pubblicati per la prima volta nel 1609. Questa la sequenza incriminata: Shakespeare scrive “Combatterò dalla tua parte / (…) tale è il mio amore / (…) che per il tuo bene / mi accollerò ogni male; il cantautore risponde così: “Combatterò dalla tua parte / perché tale è il mio amore / che per il tuo bene / sopporterei ogni male…. E se il poeta continua, scrivendo: “E dunque felice me / che amo e sono amato / da chi non posso cancellare / e cancellarmi non può, Ron non è da meno e intona: “Sarò felice in mezzo al vento / perché amo e sono amato / da te che non puoi cancellarmi / e cancellarti non posso. La cosa finisce nel motteggio ironico (“In fondo – commenta Tosca, che ha duettato con Ron sul palco dell’Ariston – meglio Shakespeare che Peppino La Quaglia), anche perché, sul piano del copyright, il cantautore ha ben poco da temere, dato che l’opera del poeta inglese è ormai di pubblico dominio. Resta casomai qualche ombra sulla validità della vittoria sanremese. Il regolamento del Festival, infatti, ammette alla gara canzoni del tutto inedite, sia nella partitura musicale che relativamente al testo.

Ma se diamo per scontato che una musica possa rimanere impressa e involontariamente venire riprodotta da un compositore in un suo nuovo lavoro, dovremmo fare altrettanto per una frase, magari letta sul banco delle elementari eppoi per anni archiviata in un angolo della memoria fino al momento di scrivere il testo di una canzone. Così una frase, anche se particolarmente espressiva e tutt’altro che comune, può rimanerci appesa dentro tanto da sentirla nostra, come frutto di personali riflessioni. Vi sono stati episodi clamorosi di cronaca che depongono a favore di questa tesi. Un comunicato delle Brigate Rosse che citava “le discese ardite e le risalite”, e dall’altra parte (all’estrema destra) un manifesto del Fronte della Gioventù che menzionava “planando sopra boschi di braccia tese”, ambedue frasi cantate da Lucio Battisti. A dimostrare che le parole di Mogol sono più efficaci ed indelebili di quelle di Carlo Marx e Julius Evola. Prova ulteriore ne sia il fatto che Carlo Verdone, 12 mesi dopo la sua denuncia contro la Rai per il riutilizzo di “Compagni di scuola”, intitolò la sua pellicola: “Ma che colpa abbiamo noi”, come la canzone che Mogol scrisse nel 1966 per i Rokes. “Nessuno mi ha chiesto nulla – assicura Mogol – Dall’esperienza di “Compagni di scuola” probabilmente Verdone ha imparato che in Italia titoli e testi non godono di alcuna tutela. E si è adeguato…”